Educazione e amicizia: ponti con le popolazioni indigene di Taiwan

Ago 2 , 2019 Storie

Quando molti gesuiti dovettero lasciare precipitosamente il continente cinese di fronte all’avanzata delle forze di Mao Tse-tung intorno al 1950, molti vennero a Taiwan. Non ci hanno messo molto a discernere che tra i bisogni urgenti da affrontare c’era quello di prestare attenzione alle popolazioni indigene. Gli indigeni, come vengono chiamati lì, vivevano nelle montagne, in condizioni di isolamento e povertà. I gesuiti si sono impegnati per migliorare la loro situazione organizzando scuole e proponendo loro il Vangelo, ma soprattutto stringendo legami di amicizia. Infatti, a Taiwan, sono state le popolazioni indigene le più ricettive all’evangelizzazione e, ancora oggi, gran parte dei cattolici taiwanesi sono indigeni.

I servizi pastorali ed educativi della Compagnia di Gesù si sono sviluppati soprattutto nelle montagne della diocesi di Hsinchu, dove i gesuiti hanno animato fino a 50 parrocchie e cappelle. La maggior parte di queste sono state consegnate alla diocesi. A Zhudong, tuttavia, città dove molti giovani indigeni frequentano le scuole secondarie e dove altri indigeni sono attratti dalle seduzioni della vita urbana, la parrocchia gesuita dell’Immacolata Concezione continua ad avere una particolare attenzione ai bisogni delle popolazioni indigene. È lì che il Padre Generale ha partecipato all’Eucaristia per la festa di sant’Ignazio di Loyola, domenica 28 luglio, circondato dai suoi compagni taiwanesi in una chiesa traboccante di fedeli delle comunità indigene circostanti.

 

È stato sempre lì che abbiamo incontrato LIN Pao-Kuei, che tutti chiamano con il suo nome nativo, Ho-ky. È catechista ed “animatrice di pastorale”, soprattutto tra i giovani indigeni, da più di trent’anni, e ci ha generosamente offerto la sua testimonianza.

“Sono stata cresciuta dai gesuiti. Mio padre e mia madre si sono occupati della mia crescita fisica, ma la Chiesa mi ha permesso di crescere spiritualmente. Sono molto grata alla Compagnia di Gesù per questo prezioso dono che mi ha fatto.

Nel 1985, il sacerdote mi invitò a lavorare in chiesa. Una religiosa a cui ero vicina mi ha detto: ‘Molte persone possono lavorare con i gesuiti, ma pochi di loro possono svolgere un lavoro missionario’. Sono andata in ritiro e ho deciso di diventare missionaria: è stato il risultato del discernimento ignaziano. È stata una sfida, perché non avevo frequentato una scuola formale per il lavoro missionario, ma la mia esperienza mi ha permesso di occuparmene. Attualmente, sto continuando la mia formazione perché sto seguendo dei corsi presso il teologato di Fu Jen.

I gesuiti sono creativi, trovano nuovi modi per predicare il Vangelo. Ogni gesuita, infatti, inventa il proprio approccio particolare e non si limita a ripetere ciò che è stato detto prima di lui. Sono anche molto attenti ai servizi sociali nel loro apostolato. Personalmente, mi occupo principalmente della pastorale familiare, che mi si addice bene, poiché ho l’esperienza di una madre di famiglia. Le mie attività sono molto varie. Di tanto in tanto accompagno una famiglia alla polizia o in tribunale quando ci sono problemi. A volte, nel bel mezzo della notte, devo andare da una coppia che sta litigando e fare da arbitro.

Per me, questo non è un lavoro, è una missione. E quindi, non mi sento stanca. È il senso della mia vita.”

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